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La vendetta dolce di Barbiana testo e fotografie di Matteo Corradini, in viaggio con Giusi Quarenghi

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[Questo articolo, parte del reportage “In viaggio coi Premi Andersen” è uscito su Andersen n. 280 – aprile 2011 in occasione dei 150 anni dall’Unità d’Italia] 

Il più vecchio di quei maestri ave va sedici anni. Il più piccolo dodici, ma a Barbiana non c’è più nessuno. Cammini sulle foglie e capisci che non li vedrai, quei ragazzi, anche tendendo l’orecchio oltre il fruscio della quercia, oltre quel cigolio da corde di barca che geme dal pioppo, non le sentirai quelle voci. Giusi e io abbiamo lasciato la mac- china tre curve prima, su un crinale vertiginoso dove perfino il posti- no fatica a manovrare, siamo scesi e abbiamo camminato.
La rincuoro: «Non siamo qui a cercare risposte». Lei annuisce, lo ha capito prima di me e col suo zainetto leggero mi precede, spedita, è come camminare con una capretta letteraria, io sono la sua pastorella ma chi decide dove andare? Lei di sicuro, che si sente a suo agio tra le parole come tra le pozze di questo sentiero dove si riflette un qualcosa d’azzurro. È uscito un occhio di sole.
A Barbiana bisogna arrivare a piedi, altrimenti non c’è gusto, piedi umidi abbiamo camminato dove quarantacinque anni fa camminava don Lorenzo, priore, con- dannato fin qui perché in pianura aveva evangelicamente pestato qualche piede sbagliato. Puoi leggere i suoi libri, Lettera a una professoressa, Esperienze pastorali, puoi studiarti i suoi discorsi al processo per apologia di reato (aveva difeso l’obiezione di coscienza contro il servizio militare). Puoi ripeterti che l’obbedienza non è più una virtù, che t’importa, ma finché non vieni qua sopra Vicchio, finché non guardi quei funghi sui tronchi che erano classe e vedi i muri e la finestrella della casa e il pergolato che era anch’esso classe e perfino l’ultimo dei sassi e il prato più nascosto, che erano tutti ancora classe, forse non puoi comprendere quanto grande fu quel profeta costretto, quel prigioniero che ha voluto parlare e lasciare segni luminosi. S’inventò il tempo pieno non perché i suoi studenti andassero a scuola anche al pomeriggio, ma perché la scuola fosse il tempo stesso della loro esistenza, perché non ci fosse separazione tra i minuti per imparare e i minuti per vivere, così, e ogni ora fosse buona per mettere legna da parte.

Già ci siamo dimenticati della nevicata tremenda che ha riempito di fiocchi il parabrezza tra Sasso Marconi e Barberino del Mugello. «Ho due torroncini, se rimaniamo bloccati», mi aveva detto Giusi. Le avevo risposto che c’era una bottiglia di gutturnio nel baule, non si sa mai. Siamo partiti d’autunno, abbiamo chiacchierato per duecentoquaranta chilometri in una geografia natalizia, una pizza alle patate divisa in due all’autogrill e all’arrivo ecco il sole, un regalo tardivo del priore.

Giusi: «Qui i ragazzi venivano guardati, accolti, a loro ci si rivolgeva con reverenza. Reverenza. Era questa reverenza la solidità del luogo. Venivano anche valutati, ma la reverenza li portava lontano, era irriducibile, appassionante. Portava in sé tutto il fascino del non ancora, del non ancora detto, fatto, il mistero di ciò che può avvenire. Era un’aria degli anni Sessanta, ma a distanza di tempo è un’aria ancora necessaria. L’atmosfera della scuola a quei tempi risentiva ancora dei “me ne frego” fascisti (e adesso?), ma don Lorenzo volle riempirla di “me ne occupo”: era l’ostinazione della salvezza, l’idea che lasciar perdere non potesse essere contemplato dall’umanità».

Scendiamo subito a trovarlo, nel cimiterino dopo un prato d’erbe selvagge e un intrico di piante che dividono in nero il panorama della pianura di case, brume, cascine lontane. Giusi libera la catena del cancello, entriamo e rimaniamo sulla tomba qualche minuto, e lì sotto don Lorenzo coricato, poi Giusi se ne va, ritorna subito, s’inginocchia e posa un sasso sulla lapide, alla maniera ebraica (era ebrea la mamma di don Milani). «Priore dal 1954, vedi? Non hanno scritto una data di chiusura: in fondo lo è ancora». La ascolto guardando un bocciolo di rosa rossissimo.
«Questi semi hanno bisogno dell’inverno come della primavera», mi dice. «In fondo, Lettera a una professoressa nasce perché alcuni ragazzi di Barbiana erano stati bocciati alle superiori. Erano arrabbiati, delusi, incattiviti. Ma l’esperienza con don Lorenzo ha fatto in modo che questa rabbia diventasse argomentazione paziente e precisa. Barbiana ha trasformato una vendetta in cultura». Una scrittura collettiva che muta la ripicca in letteratura.

Ci dividiamo. Ci rivediamo qui tra venti minuti, davanti al pergolato. Ognuno per sé: non perderti, mi raccomando! Dove vengo a cercarti in questo bosco? Io mi allontano su per un sentiero per vedere un frammento della strada che i ragazzi percorrevano per venire a scuola, Giusi resta in basso, le vedo la chioma spuntare dietro il muro del cimitero, poi risale e si siede sul bordo della piscina che è come una seconda tomba, profonda e lunga, celeste, scrive sul quadernino.
Mi avvicino. Aggiunge: «Scuola dell’obbligo, ma di chi era l’obbligo? Era degli adulti. È come se gli adulti, insieme, avessero deciso di essere obbligati ad accompagnare, far crescere, sostenere i più piccoli. Anche oggi la scuola dovrebbe essere dell’obbligo: è la società che si prende carico di chi la sostituirà, siamo noi elefanti grandi che mettiamo al primo posto i cuccioli, è una forma di fedeltà che una generazione mantiene verso se stessa e verso la generazione successiva. È come un patto, che ci permette di sperare che chi verrà dopo sarà migliore di noi».

Non era vera la prima impressione. A Barbiana c’è ancora qualcuno, ci siamo noi. C’è chi ha lasciato la rosa al cimitero, chi ha guardato un panorama diverso, da qui, chi ritornerà. Giù in pianura si combatte ancora per la scuola, e di anni ne son passati, giù in pianura si sentono i ragli di asini lontani, che fin qui giungono come l’eco pensosa del passato. È la voglia di stare qui, tra queste foglie tutte diverse e tutte del medesimo colore, perfino loro han capito che «non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali», di non abbandonare questo cielo. Ma anche la voglia di scendere, recuperare la macchina e riaccendere, rituffarsi nelle nevicate del Mugello e pensare che domani ci si sveglierà diversi, col sapore di una speranza, di una specie di rivincita.

Domani, forse, sarà una perfetta vendetta felice.

 

[a Don Milani è dedicato anche il numero monografico n. 344, disponibile sul nostro bookshop]

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