
In occasione di Educare alla lettura 2026, pubblichiamo dal nostro archivio l’articolo di Anselmo Roveda pubblicato su Andersen n.415 – settembre 2024, un’esplorazione di temi e proiezioni di futuro nei costumi di lettura e nella proposta editoriale, tra preadolescenza e young adult, tra utopie e distopie. Educare alla lettura è un progetto promosso dal Salone del Libro con Cepell – Centro per il libro e la lettura e la direzione scientifica di Simone Giusti e Giusi Marchetta, un percorso focalizzato sull’orientamento e l’educazione civica per insegnanti di ogni ordine e grado, interessati ad approfondire conoscenze e competenze nell’ambito della letteratura per ragazzi e nella formazione dei ragazzi al piacere della lettura. La panoramica che emerge da questo articolo diventa materiale di approfondimento per i corsisti di questo percorso formativo al quale contribuisce anche la nostra rivista con consigli di lettura e idee da esplorare. Per sostenere il lavoro della nostra rivista e per leggere insieme a noi tutto l’anno, visita il bookshop e sottoscrivi un abbonamento!
Una questione preliminare si impone: riflettere un istante intorno all’idea di quell’età che nel titolo diciamo ‘in divenire’ ovvero gli anni di passaggio tra l’età infantile e l’età adulta; quella che si è soliti chiamare adolescenza, ora comprendendone le classi d’età dell’annunciarsi (preadolescenti) o del protrarsi (giovani adulti). Un’età liminare, dunque, e, per fortuna, complessa.
Le età della vita possono essere descritte attraverso dimensioni culturali ed evidenze biologiche. Sul piano culturale basterà guardare ai documenti storici – si tratti di sepolture, manufatti o rappresentazioni – per cogliere come l’età che oggi chiamiamo adolescenza sia del tutto mobile nel corso del tempo. Prendiamo, quale primo esempio, una delle sepolture della Caverna delle Arene Candide (presso Finale, Liguria); siamo, millennio più millennio meno, nel 20.000 avanti l’era volgare e ci troviamo di fronte a un ragazzo, verosimilmente quindicenne, che ha all’interno della società ruolo apicale, di responsabilità e comando; un membro centrale della propria comunità, che ha già tutto conseguito. Spostiamoci ora, quale secondo esempio e di parecchi millenni, a guardare una riproduzione (l’originale è andato distrutto nella seconda guerra mondiale, durante i bombardamenti che falcidiarono la popolazione, soprattutto infantile, di Dresda) del dipinto Gli spaccapietre (Les Casseurs de pierres, 1849) di Gustave Courbet; qui, neppure due secoli fa, riconosceremo un adolescente, forse addirittura pre-, in ruolo subordinato e costretto alle fatiche (e alle responsabilità) del lavoro, a fianco di un adulto, assenti i pari; il presente annuncia tutto il futuro possibile. Infine, quale terzo esempio, guardiamo a una qualsiasi fotografia di entrata alla scuola secondaria superiore oggi, come pubblicata dai giornali in occasione della rentrée settembrina: vedremo una gruppo di ragazzi e ragazzi, in compagnia tra pari (assenti o quasi gli adulti), dediti a un tempo esclusivamente consacrato (pure quale responsabilità) alla crescita, all’evoluzione, all’apprendere; la partecipazione alle scelte del mondo e là da venire; il futuro è là. Adolescenze, insomma, molto diverse. Assai più costante e meno mobile – pur con scostamenti determinati da genere, soggettività e contesto – il riscontro offerto, invece, dalle evidenze biologiche ovvero la pubertà: soglia ‘fisica’ del proiettarsi verso l’età adulta.
In ogni tempo quest’intreccio di cultura e natura, e ciò vale in realtà per ogni classe d’età, ha giocato un ruolo determinante nel definire posizione sociale delle giovani generazioni e sue ricadute sull’insieme della società. Per quel che concerne l’adolescenza per come oggi la conosciamo, ovvero dalla seconda metà inoltrata del secolo scorso, la ricaduta sociale è evidente anche nell’offerta dei consumi, pure e soprattutto in relazione ai costumi culturali e, per il nostro specifico, nella fruizione di narrazioni e libri. L’editoria è andata via via specializzandosi, individuando target sempre più definiti (e, di fatto, stabilendo socialmente sottoclassi d’età o gruppi d’interesse). La generale e generica dicotomia, presuntivamente anagrafica, tra Children’s literature e Adult literature, si è anch’essa nel corso degli ultimi decenni via via specializzata, non solo in virtù di legittime necessità di corrispondenza alla literacy dei suoi lettori (fasce per competenza o esigenze di lettura; con le spesso utili ripartizioni in collane e sottocollane per l’editoria, scaffali specialistici per le bibliotece, categorie definite per i premi, Andersen in testa), ma anche e soprattutto in ragione di targetizzazioni commerciali più ampie (non immediatamente correlate alla literacy), ponendo al limitare dei due mondi, infantile e adulto, un cuneo, anch’esso bipartito, con la cosiddetta middle-grade fiction (8-12 anni) verso il basso e la young adult fiction (oltre 12) verso l’alto. E questo a voler tacere di un possibile ulteriore tassello che allontana ancora la letteratura per adulti dai giovani lettori in crescita ovvero la cosiddetta new adult fiction, per fruitori immaginati tra i 18 e i 29 anni, coniata appena quindici anni fa.
Vi è poi un’altra questione, legata alla fruizione culturale (e all’accesso ai saperi), dai contorni scivolosi; ha a che fare con la condivisione e pervasività dell’immaginario tra generazioni in epoca postindustriale, il nostro oggi. I mondi dell’immaginario infantile, giovanile e adulto nell’ultimo quarantennio hanno infatti teso sovente, in fatto di consumi culturali, a sovrapporsi. Soprattutto estendendo l’immaginario giovanile di massa ben oltre la classe di età; dando vita a fenomeni, studiati dal marketing e dalla sociologia, quali: Kgoys (acronimi di kids getting older younger, in italiano ben reso da ‘bambini cresciuti troppo in fretta’), preadolescenti lanciati in un immaginario di desideri e aspirazioni già squisitamente giovanile e adulto; e Kidults, (contrazione di kids e adults, ‘adulti-bambini’), adulti dediti a fruizioni culturali non dismesse dall’infanzia e dall’adolescenza (se avete 40 anni e la tazza di Hello Kitty, Lupin o Star Wars, sapete di cosa parlo).
Andando al cuore del nostro discorso, non potremo che riconoscere – in buona sintonia con la posizione dell’adolescenza nel nostro tempo, come su visto – la centralità delle narrazioni di futuro nella proposta culturale per le e gli adolescenti. Le proiezioni di futuro in verità da sempre interessano la letteratura, declinandosi prima nelle utopie filosofiche, poi nel romanzo d’anticipazione quindi nella fantascienza vera e propria e, più recentemente, nelle distopie. E da sempre danno forma alle speranze e alle paure dell’umanità. Le narrazioni hanno avuto sovente il merito di anticipare la storia delle scoperte e delle conquiste della nostra specie. Un esempio? Un secolo separa il dittico selenico di Verne (Dalla Terra alla Luna, 1865, e Intorno alla Luna, 1870) dall’allunaggio dell’Apollo 11 (1969). A chi cercasse altri esempi, anche d’applicazione assai più quotidiana, ricordo la mostra “Tecno Profezie”, tenutesi nel 2017 a Torino. In più, si aggiunga che la parola ‘robotica’, oggi inclusa nei dizionari e nome di una disciplina universitaria, fu usata per la prima volta nel 1941 in un racconto di Isaac Asimov (ché della parola radice ‘robot’, già sappiamo di essere debitori a un altro scrittore, il ceco Karel Čapek che la impiegò, con sfumature un poco differenti, nel 1920).
Insomma, forse solo dietro l’industria bellica, l’industria culturale è quella che meglio ha disegnato le tecnologie per l’oggi. Presto, anche qui addirittura anticipando, mettendole in critica: l’inquietante mondo profilato da William Gibson in Neuromante (1984) anticipa di un decennio l’irruzione delle reti nelle nostre vite, stravolgendole anche in relazione alle percezioni.
La letteratura di fantascienza, ben prima di Gibson e del cyberpunk, investiga anche la dimensione sociale. Spesso, come detto, testandoci sulle paure del tempo, individuali e collettive; così in una carrellata incuborum del genere troviamo attacchi alieni e controllo delle macchine (l’altro da ‘noi’, capace di soggiogarci), regimi autoritari (il buio del ‘noi’, anch’esso capace di soggiogarci), minacce nucleari, pandemie e varissimi eventi naturali catastrofici (il rischio dell’estinzione o, quantomeno, della drastica riduzione della popolazione).
Temi, generi e forme, spesso ripetuti a cliché, che hanno denominatore comune nelle paure di disumanizzazione e alienazione, rappresentate negli esiti da due rischi estremi e opposti: sistemi sociali ipernormati, con perdita delle libertà individuali, o, viceversa, mondi in cui è crollata ogni parvenza di società e convivenza civile per cui si torna alla primitiva legge del più forte. L’ambientazione di queste narrazioni è oggi vieppiù distopica. Vediamo allora un attimo la voce ‘distopia’ in Treccani: «Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa)». In realtà oggi possiamo mettere a fuoco il discorso sulla distopia letteraria e la sua attuale evoluzione, usando termini di riferimento più precisi di quanto si potesse fare solo qualche anno fa, ai tempi di questa definizione. Innanzitutto per mettere in critica il passaggio che vedrebbe la distopia «in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente»; ahitutti, il presente è assai meno ottimista e forse più consapevole. I timori di oggi, di cui la letteratura si nutre e di cui le nuove generazioni sono ben consce, riguardano il sovrappopolamento del pianeta, l’iniquità della distribuzione delle risorse, la questione ambientale con l’inquinamento e il surriscaldamento globale, la crisi delle risorse idriche e alimentari, le pandemie (non zombi, ma concretissime come Covid ha mostrato), l’invadenza delle tecnologie, la manipolazione genetica…; ancora una volta con esiti di radicalizzazione e autoritarismo, di nuovo con il rischio, ora concretissimo, della riduzione delle libertà. Ma il futuro è davvero così orribile? Il futuro non è ancora e tocca quindi a chi vive il pianeta oggi, e quindi innanzitutto ai giovani, determinarlo.
Certo, le distopie narrano mondi spaventosi e angoscianti. È la funzione della letteratura.
La distopia, così amata dalle nuove generazioni, non è il compiacimento del nichilismo o dell’irrimediabilità; è un monito. Racconta futuri di devastazione per mettere in guardia chi vive il presente; racconta l’altrove del dramma possibile per immaginare un futuro diverso dai futur(orr)ibili scenari prospettati in narrativa. Inscena mostri, per scacciarli.
Alcune di queste considerazioni le annotavo in un intervento per l’Atlante dell’infanzia a rischio 2019: Il tempo dei bambini di Save the Children; quella pubblicazione si apriva con una riflessione di Valerio Neri, assai pertinente anche per ragionare di letteratura, rappresentazioni di futuro e giovani; iniziava così: «Ci sono due temi tradizionalmente negletti dalla politica e dai media: il primo è la questione ambientale, ovvero le condizioni di salute della nostra casa comune, il secondo è l’infanzia, ovvero le fondamenta stessa della nostra società. un altro aspetto che accomuna questi due argomenti, così importanti e trascurati allo stesso tempo, è la nostra tendenza a declinarli al futuro. Gli effetti del riscaldamento globale, si è detto, chiamano in causa il ‘futuro profondo’ del nostro Pianeta, così come gli effetti delle povertà educative ci fanno guardare con preoccupazione al futuro del nostro Paese. Eppure, per quanto pertinente, il richiamo al futuro rischia di far passare in secondo piano l’aspetto decisivo della questione: in entrambi i campi malversazioni e trascuratezza si trascinano da anni provocando già qui e ora, nel tempo presente, devastazioni, povertà, negazione di diritti fondamentali». Ecco, tutto ciò ha un ricaduto anche nella letteratura per ragazzi. La letteratura non è solo evasione come intrattenimento, senza incidenza sulla realtà; la letteratura, con il proprio potere empatico e immaginifico, può essere anche un’occasione di evasione, intesa quale azione per fuggire da foschi e disumanizzanti ipotesi di futuro.
Per i docenti: Andersen è uno strumento fondamentale per accompagnare i percorsi di educazione alla lettura, portando in classe le ultime novità editoriali, con materiali di approfondimento e spunti operativi. Il Ministero prevede anche quest’anno un rimborso del 90% per le scuole che decidono di attivare abbonamenti a riviste e quotidiani entro il 28 febbraio 2026. Come fare? Vi spieghiamo passo passo la procedura.

