L'ARTICOLO DEL MESE

Intervista con Lena Frölander-Ulf di Martina Russo

L’articolo di questo mese, pubblicato su Andersen n. 432 e firmato da Martina Russo, è un’intervista con Lena Frölander-Ulf, scrittrice e illustratrice finlandese, autrice di Lotte Pelomatto, tra i finalisti del Premio Andersen 2026. Sostieni la rivista Andersen con un abbonamento e leggi insieme a noi tutto l’anno!

La primavera è ancora piuttosto lontana quando incontro Lena Frölander-Ulf, scrittrice e illustratrice finlandese di lingua svedese in Italia per il festival I Boreali, organizzato ogni anno da Iperborea in collaborazione con il Teatro Parenti di Milano, luogo in cui si svolgono gli incontri in programma. Un’occasione per ragionare a tutto tondo di cultura e letteratura nordica, per lettori di tutte le età, tra incontri con gli autori e le autrici, ma anche laboratori per bambini.

Lena Frölander-Ulf è qui protagonista di un incontro con i bambini in lingua svedese, ma anche della coda del dialogo tra me e Cristina Marasti di Iperborea intorno a un tema tutt’altro che circoscritto, ovvero il gioco di squadra e il senso della democrazia nei libri per l’infanzia provenienti dalla Scandinavia. Temi e riflessioni che ritroviamo potenti nella trilogia (nel catalogo dei “Miniborei” di Iperborea, tradotti da Laura Cangemi per ora i primi due volumi) che sta facendo conoscere Lena Frölander-Ulf in Italia, quella che vede protagonista la marmotta Lotte, di cui esce adesso la seconda avventura e di cui potete leggere la recensione sulla rivista di questo mese. Va da sé che la chiacchiera non potesse non finire con alcune considerazioni dell’autrice.

La storia di Lotte è quella di una marmotta che vive in una comunità dove regole consolidate e mai messe in discussione sembrano imporre un destino già scritto e soprattutto una sudditanza indiscutibile delle marmotte nei confronti delle vipere, che le tengono in pugno. Lotte Pelomatto (ma anche Lotte Senzaterra) parla di prevaricazione, di oppressione, di squilibrio di potere da parte di chi è considerato più forte. Un meccanismo naturale o culturale?

Ho scelto molto deliberatamente di iniziare il primo romanzo con una scena precisa: gli animali si svegliano dopo il letargo, anche Lotte, e subito devono difendersi dalle creature più potenti e da un mondo crudele. Non volevo scrivere nulla di retorico e ovviamente non era mia intenzione scrivere un libro che insegnasse ai bambini come cavarsela con Trump o Putin, ma mi sono resa conto dell’attinenza con quello che sta accadendo nel mondo. D’altro canto scrivo di quello che mi spaventa e allo stesso tempo cerco un finale che mi soddisfi. In questo romanzo le vipere non agiscono in maniera molto naturale, ma inseguendo il potere: è come se fossero ubriache di potere, sanno di essere più forti, di essere velenose e se ne approfittano.

Illustrazioni tratte da Lotte senzaterra (Iperborea)

Lotte sembra essere una ribelle, ma forse è più che altro una creatura che sta crescendo e che vuole essere libera di scegliere la propria strada, seguendo per lo più il suo istinto. Come hai lavorato alla costruzione di questo personaggio?

Lotte mi è apparsa durante una lunga passeggiata. Ho capito subito che avevo trovato il mio personaggio e questo è successo ben nove anni prima che venisse publicato il primo romanzo. Ho lasciato che questo personaggio crescesse in me, che arrivassi davvero a conoscerla. Ha in sé qualche elemento che appartiene a me (ma qualcosa viene anche da mia figlia), soprattutto quella rabbia contro le ingiustizie che è un sentimento molto intenso e profondo durante l’infanzia. Lo è stato anche per me.

Nei tuoi romanzi emerge forte anche la riflessione intorno al pregiudizio: quello delle vipere nei confronti delle marmotte (e viceversa) ma anche delle marmotte adulte nei confronti di Lotte. E lo stesso capita, nella sua comunità, a Zigzag, la giovane vipera di cui diventa amica. Emerge forte anche l’idea che per scardinare il pregiudizio ci sia bisogno di dialogo tra i due mondi coinvolti.

La paura dell’ignoto è uno dei grandi temi su cui torno in tutti i miei libri, così come la paura di qualcosa di differente. E sì, a volte effettivamente può capitare che la paura sia motivata, ma il più delle volte l’incontro con un altro punto di vista, il mettersi in ascolto, fa sì che questo terrore diminuisca e che si capisca meglio anche il pensiero altrui. Allo stesso tempo affrontare questi temi è anche una sfida con me stessa, che mi aiuta a superare certi limiti. Ad esempio sono davvero spaventata dai serpenti e forse questo è il motivo per cui ho scelto un “cattivo” così classico, quasi stereotipato. Ma dovevo anche creare un personaggio che mi piacesse, tra i serpenti. Una bella prova anche per me, insomma.

Inutile nasconderlo: la trilogia di Lotte è molto attuale, senza retorica, senza forse nemmeno volerlo. È indubbio che la riflessione intorno all’oppressione del popolo più debole, alla necessità di una ribellione, alla scoperta di un inganno protratto da tempo immemore (per le marmotte) aprano le porte per un dialogo sul mondo contemporaneo.

Ho scritto la trilogia di Lotte nel 2021, prima che scoppiasse la guerra in Ucraina, ma sono sempre stata un’appassionata di storia e penso che la prima scintilla di questa saga sia scattata dalla lettura de La terrà piangerà. Storia degli indiani d’America (in italiano edita da Fazi, ndr) di James Wilson, una lettura che mi ha turbato profondamente. Il racconto dello sterminio delle popolazioni che vivevano in Nord America prima dell’arrivo degli Europei è qualcosa che mi è rimasto dentro. Quando è uscito il primo libro di Lotte una recensione sottolineava come fosse ovvio che fosse stato scritto per raccontare quello che stava accedendo in Ucraina. Peraltro una considerazione a suo modo ridicola dal momento che la guerra era appena scoppiata e per scrivere il romanzo e illustrarlo ci avevo evidentemente messo parecchio tempo (otto anni per la precisione).

Però è indubbio che durante i primi incontri nelle scuole in Finlandia spesso mi veniva chiesto motivo dell’atteggiamento delle vipere con evidente riferimento a quanto stava accadendo nel mondo. Ovviamente non avevo una risposta da dare loro, se non offrire un briciolo di speranza ed è ovvio che spero che questo libro lo possa fare. C’è una conversazione nell’ultimo libro di Lotte in cui si dice che i cattivi vincono all’inizio, ma non possono vincere per sempre perché non sanno lavorare insieme. E spero che questo resti ai lettori più giovani, anche come osservatori del mondo.

Scrivere d’altronde non è dare risposte, ma porre domande, mettere in dubbio quel “si è sempre fatto così” contro cui Lotte combatte.

Amo la storia di come Greta Thunberg è diventata attivista: alla fine di una lezione in cui aveva spiegato i rischi dell’inquinamento globale e l’importanza del rispetto per l’ambiente, l’insegnante, con grande spontaneità, comunicò alla classe che sarebbe stata assente la settimana successiva per partecipare a un matrimonio a New York. Questa forma di incoerenza ha spinto Greta Thunberg a mettersi in gioco in prima persona, mentre i suoi compagni non si erano resi contro della contraddizione. Ecco, io volevo un personaggio che vedesse le cose per come sono davvero, che non accettasse le contraddizioni.

Sei la scrittrice della storia di Lotte, ma anche l’illustratrice. Come coniughi questo doppio lavoro?

Anche se ho già tutto in testa, scrivo sempre prima le storie e poi mi metto a illustrare, solo dopo un confronto con il mio editore. Una volta approvato il testo passo alle immagini. Nel caso di Lotte ho usato una sorta di scraperbook, un graffito su fondo nero, che è particolarmente efficace per rappresentare il pelo degli animali.

Da bambina eri una lettrice? C’è un libro che ti ha particolarmente segnato e che ha influenzato la tua scrittura?

Sono figlia unica e, nonostante abbia molti cugini, ho passato molto tempo da sola durante l’infanzia quindi, sì, ero una grande lettrice. Mi sono avvicinata ai grandi classici della letteratura molto presto: mia nonna mi regalò un’edizione dei racconti di Edgar Allan Poe quando avevo dodici anni e io ne fui terrorizzata. Leggevo i libri d’avventura di mio papà, un po’ vecchio stile, e penso che anche quelli abbiano influenzato la mia scrittura. C’erano poi due macro argomenti che  permettevano a me e a mio papà di dialogare e non litigare: la musica e la storia Russa, o più in generale la storia. Così ho iniziato a leggere molti saggi di storia che mi appassionavano come vere e proprie saghe. Penso che molto della mia scrittura venga anche da lì.

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