
In occasione dell’uscita del numero speciale estivo dedicato a Donatella Ziliotto (1932-2025), pubblichiamo il ritratto che Rossella Caso dedica a questa poliedrica autrice, editor e traduttrice che ha trasformato la letteratura per ragazzi in Italia. Tra le pagine della rivista troverete alcuni testi di Donatella Ziliotto, il toccante contributo della figlia Martina Forti, e numerosi articoli di approfondimento firmati da Pino Boero, Walter Fochesato, Anselmo Roveda, Mariagrazia Mazzitelli, Orietta Fatucci, Bianca Pitzorno, Luisa Mattia e Mara Pace. Sostieni la rivista Andersen con un abbonamento o acquista il numero della rivista nel nostro bookshop!
Esiste, secondo Antonio Faeti, nell’infanzia al femminile, una sorta di “zona d’ombra”, un “luogo del mistero”: in essa si annidano le tracce ancestrali e repertuali dell’autenticità dell’essere bambina. Tali tracce possono a suo avviso essere esplorate dalla letteratura per l’infanzia, esemplificate come sono dai caratteri di certe piccole eroine “di carta” ‒ o letterarie ‒ che ne hanno fatto la storia. Faeti le identifica chiaramente e attribuisce a ciascuna di esse dei tratti peculiari: sono la «spudorata verità» di Jo, «l’intrigo, il sospetto, la falsa coscienza» di Alice, «l’assoluto mistero acquatico e silvestre» di Ondina, e, infine, «l’ilare abbandono di una strepitosa vocazione» di Isabella d’Egitto. Tale “zona d’ombra” ha sede, secondo lo studioso, nei primi tre anni della scuola primaria, ove solitamente viene ancor più oscurata: quelle tracce, avvolte nel mistero, vengono infatti soffocate, rese silenziosamente invisibili dalle madri e dalle maestre, perché, se così non facessero, se lasciassero che quelle impronte si materializzassero, allora le loro bambine manifesterebbero un predominio assoluto nei confronti dei maschi, e, crescendo, dalla terza alla quinta, «catturerebbero spietatamente i leprotti bisestili e i conigli bianchi». I maschi, dal canto loro, glieli farebbero catturare, e questo no, davvero non può accadere.
Era il 1987 quando Antonio Faeti consegnava queste riflessioni al saggio “Odette, anzi Odetta”, pubblicato nel volume Bimbe donne e bambole. Protagoniste bambine nei libri per l’infanzia (Artemide, 1987): una carrellata di ritratti di bambine e di ragazze letterarie che era il resoconto di una mostra, ospitata quell’anno dalla Provincia di Roma, curata da Donatella Ziliotto e Francesca Lazzarato, dedicata alla celebrazione dell’ottantesimo compleanno della scrittrice svedese Astrid Lindgren. Tra le altre “bambine di carta” che ne facevano parte figuravano Pippi Calzelunghe e Ronja di Astrid Lindgren, Bibi di Karin Michaëlis, Lavinia e Mo di Bianca Pitzorno, Alice di Lewis Carroll e Jo March di Louisa May Alcott, ma anche una bambina forse meno conosciuta, ma che certamente, dall’anno della sua pubblicazione, il 1968, stava segnando l’immaginario delle generazioni: Tea Patata di Donatella Ziliotto.
Chi era Donatella Ziliotto?

Nata a Trieste il 12 giugno del 1932, da Baccio Ziliotto e Ninetta Tampellini; laureata con lode in Lettere Moderne all’Università di Bologna con una tesi su Collodi, è stata scrittrice, traduttrice, redattrice editoriale, ma anche programmista e regista televisiva, sperimentando nuovi linguaggi visivi e narrativi nelle trasmissioni per ragazzi curate per la RAI.
Proprio Antonio Faeti l’avrebbe individuata, insieme a Gianni Rodari e a Bianca Pitzorno, come artefice di quella che, negli anni Sessanta, fu secondo lui una vera e propria “svolta” nella letteratura per l’infanzia contemporanea. Per averne contezza sarebbe sufficiente semplicemente sfogliare il catalogo di quella mostra: farlo oggi, a distanza di un trentennio, significa, infatti, trovarsi di fronte a ritratti di eroine che hanno segnato e ancora oggi segnano profondamente l’immaginario delle bambine e delle ragazze, ‒ ma, forse incredibilmente, anche dei bambini e dei ragazzi ‒ quando vi si imbattono, permettendo loro di avere accesso a quella “zona d’ombra” altrimenti inesplorata e che molto probabilmente non sarebbero mai arrivate tra le loro mani senza il suo lavoro di mediazione culturale.
Fu proprio Donatella Ziliotto a far pubblicare in Italia, insieme a quella di Karin Michäelis, l’opera di Astrid Lindgren: era il 1958 e la prima uscita della collana “Il Martin Pescatore”, dal sottotitolo significativo “Classici di domani” per la gioventù, che le aveva affidato la Vallecchi, fu Pippi Calzelunghe: «Così anche le bambine italiane seppero che potevano sognare di diventare forti e indipendenti ed aspirare, da grandi, a sollevare per aria e scaraventare lontano tutto ciò che usava loro delle prepotenze, così come Pippi fa con i ladri» (Lazzarato & Ziliotto, 1987, p. 25), scrive l’autrice nel suo contributo al citato volume. Poi, nel 1987, vennero “Gl’Istrici” di Salani, libri scelti per “pungere” la fantasia dei giovani lettori: tra gli altri, vi trovarono pubblicazione La fabbrica di cioccolato (1964), Gli sporcelli (1980), La magica medicina (1981), Il GGG (1982), Le streghe (1983) e Matilde (1988) di Roald Dahl. In seguito, per la stessa casa editrice, “I Criceti” e “Le Linci”.
Nella loro Letteratura per l’infanzia Pino Boero e Carmine De Luca (Laterza, 1995) così raccontano la sua opera: «Donatella Ziliotto ascrive alla sua origine dalmata l’idea di essere “giocherellona e un po’ infantile”, quindi curiosa, disponibile alla novità, all’imprevisto, e, quando all’attività editoriale unisce quella di autrice, i risultati sono ugualmente significativi: dai due titoli d’esordio della collana vallecchiana, Mister Master e Tea Patata, a quelli più recenti, Il maestro Bora, Trollina e Perla, Un chilo di piume, un chilo di piombo, è possibile ricavare il ritratto di una scrittrice che in nome della vocazione narrativa, del piacere del racconto, dell’intensità della memoria controlla come pochi la qualità della scrittura» (p. 251).
Una scrittura che lavora in quella che Elisabetta Musi (“Le radici nascoste della violenza”, in Corpi violati. Condizionamenti educativi e violenze di genere, FrancoAngeli, 2014) definisce zona del “tra”, quella in cui l’infanzia, sia al maschile che al femminile, può essere finalmente posta al centro, finalmente soggetto di storie. Una scrittura capace di «arrivare all’anima del bambino», come ha evidenziato in una sua lezione Antonio Faeti «perché fondata sull’idea, che non ha mai tradito, del bambino come soggetto realmente “sapiente” e “percipiente”», meritevole di ascolto e di attenzione. Si pensi soltanto ai dialoghi tra i suoi figli, che, trascritti, divennero materiale letterario per Tea Patata o alle discussioni in famiglia per la ricerca del nome di un gigante, mentre si apprestava a tradurre Il GGG di Roald Dahl.
Forse perché anche lei, da bambina, come non solo i diari raccolti da Beatrice Masini in Pensa, giornalino! (Bompiani, 2018), ma anche i ricordi della figlia Martina dimostrano, era stata proprio così, come la sua insegnante Rita Cajola le aveva insegnato a essere: una bambina libera e autonoma. Una bambina che, una volta finito il liceo, partì per la Scandinavia sulle tracce di Bibi, la protagonista dei libri di Kärin Michaëlis che tanto aveva amato. «Quel viaggio si rivelò fondamentale. ‒ ha raccontato in un suo recente ricordo pubblicato sul sito della casa editrice Topipittori proprio Martina ‒ Nel grande Nord mia madre scoprì che era normale convivere con quel mondo magico e fiabesco, fatto di strane creature; i bambini erano amati, ma indipendenti; la vita in armonia con la natura. In Scandinavia tornò un’altra volta, dopo che l’editore Vallecchi le chiese di inaugurare tre collane per l’infanzia: “Il Martin Pescatore”, “L’Arganello” e “Le Piramidi”. Il primo titolo del Martin Pescatore fu Pippi Calzelunghe. La vicenda dietro a questo libro, è una storia a sé […] mia madre [stava cercando romanzi con l’intento di] offrire ai bambini italiani il meglio della letteratura internazionale per l’infanzia, secondo lei erano pronti ad affrontare in modo critico, temi nuovi e a volte complessi, come la separazione dai genitori, la morte, la guerra […]. Fu così che partì per la Svezia e si recò a Vimmerby, città natale di Astrid Lindgren. Aveva sentito parlare di un suo libro su una bambina fortissima e autosufficiente, che viveva da sola in una villa sgangherata, un romanzo che sembrava perfetto per la sua nuova impresa editoriale. Girò a lungo, ma della scrittrice non trovò traccia, fino a quando, esausta, chiese aiuto a una contadina dalle gote rosse, che stava spaccando un cumulo di legna. “Astrid Lindgren sono io”. Le disse. “Sono forte, ma so anche scrivere”. Dopo una lunga chiacchierata e un tè con i biscotti, la scrittrice la congedò con queste parole:
“Ho capito che tu sei una Pippi, porta la mia Pippi in Italia con te”».
E tale è stata davvero, Donatella Ziliotto, intellettuale «dall’animo ribelle e contraddittorio, mai afferrabile, che sfida ogni definizione», come ebbero a definirla in una pubblicazione dedicata da Hamelin nel 2011 ai libri “che hanno fatto l’Italia”, se è vero che di lei, della bambina che è stata, quella «che teneva uno stupido diario», ma anche dei bambini che i suoi figli sono stati, sono disseminate le tracce “ancestrali” e “repertuali” in molti dei suoi romanzi. È su quelle pagine che, ancora oggi, Donatella può continuare a incontrare i suoi giovani lettori. E, in fondo, ogni bambina e ogni bambino nati dalla sua penna, sembrano avere in comune qualcosa con lei, con la Donatella che “sbuca” dalle pagine dei diari: «non è necessario ‒ ha scritto Astrid Lindgren ‒ avere bambini per scrivere libri per bambini. Uno ha solo sé stesso, che una volta è stato bambino ‒ e poi cerca di ricordare come era». E ‒ come scriverebbe Bianca Pitzorno ‒ di stare “dalla sua parte”.

