L'ARTICOLO DEL MESE/LA RIVISTA

La copertina di novembre: Aoi Huber Kono di Walter Fochesato

L’articolo di Walter Fochesato dedicato a Aoi Huber Kono, che firma la copertina di Andersen n.397, è pubblicata sulla rivista accanto a un’intervista con l’illustratrice firmata da Daniela Carucci. Sostieni Andersen e abbonati ora!

Piastrelle, mobili, copertine per dischi, foulard, tappeti, giocattoli, stoffe, piatti, gioielli, ceramiche, pubblicità e l’elenco è certamente incompleto ma può comunque dare un’idea di quanto vario e fertile sia il contributo che Aoi Huber Kono ha dato e dà al mondo delle a arti applicate. Senza dimenticare, ovviamente, la pittura e l’incisione, da un lato, e l’illustrazione, per l’infanzia e non, dall’altro.

Buona pesca, shopping bag e cuscino per Ishinomaki Laboratory (2011-13)

Nasce a Tokio nel 1936, figlia di Takashi Kono (1906-1999) uno dei maggiori graphic designer giapponesi. Nel 1960, giovanissima, si trasferisce a Stoccolma per seguire un corso di perfezionamento in grafica, poco dopo conosce Max Huber (1919-1992) che sposerà nel 1962. La coppia vive a Milano, mentre dal 1970 si trasferisce in Canton Ticino a Sagno. Huber d’altro canto era di origine svizzera anche se la sua straordinaria attività si svolse soprattutto nel nostro paese. Dal 1940 inizia la sua collaborazione con lo Studio Boggeri, contribuendo decisamente, con pochi altri, a un progressivo svecchiamento delle varie forme di una grafica ancora imbrigliata dalla chiusura provinciale degli anni del fascismo. Ferma, sostanzialmente, sul versante della comunicazione pubblicitaria, alle prosperose forme femminili di un Boccasile. Fra le tante collaborazioni basterà citare, a partire dal 1950, quella per i grandi magazzini de La Rinascente, che avevano giusto allora riaperto i battenti dopo l’interruzione bellica.

Gatto di stoffa, serie Peluche per 100 idée magazine per Naef

Soltanto pochi appunti tesi a sottolineare due elementi. In primis, l’intenso e affettuoso legame artistico e umano che lega la coppia. Quindi un capoluogo lombardo che per alcuni decenni vedrà la presenza di un gruppo di assoluti talenti e bastino, fra i tanti, i nomi di Achille Castiglioni, Erberto Carboni, Lica e Albe Steiner, Enzo Mari, Luigi Veronesi, Giovanni Pintori, Bruno Munari. Quest’ultimo poi nel 1972 con la pionieristica esperienza dell’einaudiana  “Tantibambini” coinvolge Aoi che realizzerà Il paese del melograno (1973, quindi Corraini 2012) e Dài dài, vola vola (1974). La chiusura anticipata della serie lascerà nel cassetto un terzo albo, come ci informa Daniela Carucci nella bella intervista che potete leggere in queste pagine. Ed è proprio il lavoro che da pochissimo ha visto la luce pubblicato da Lazy Dog: I negozi.

Dai, dai, vola, vola (Einaudi 1973)

Da anni più lontani giungono invece altri due incantevoli albi; piccoli classici per non pochi versi. Si tratta de Il grande pesce (Cappelli 1968 e Corraini, 2007) ed Era inverno (Emme Edizioni, 1972 e Corraini, 2004). Che cosa li unisce tutti, pur nella diversità di segno? Azzarderei la ricerca della semplicità e dell’essenzialità in un continuo, affinato e raffinato lavoro di sintesi. Ma il suo è un rigore che, nel felicissimo incontrarsi e contaminarsi di due culture così lontane, sempre si coniuga con la freschezza e il gusto per il gioco e l’innovazione. Prendiamo, ad esempio, Era inverno che scoprii agli albori del mio lavoro di insegnante e che da subito conquistò me e i miei alunni. Fatto di pochi tratti e parco anche nelle parole che lo accompagnano ci racconta gli effetti di una grande nevicata che ricopre ogni cosa finché si giunge a una doppia pagina (e vien da pensare al Cappuccetto Bianco di Munari) dove campeggiano in alto soltanto le parole “e tutto diventa neve tanta neve bianca”. Credo altresì che la Kono nella preparazione di questo delicatissimo albo avesse bene in mente alcuno magnifici disegni del sommo Hiroshige con paesaggi innevati realizzati attorno alla metà dell’800. Poi qualcosa muta, in un trepido crescendo e in uno sguardo che dai grandi spazi si avvicina alla terra dove compaiono tracce di animali tutte da interpretare. Finché si giunge alla tavola finale dove il colore, fino allora trattenuto e quasi assente, esplode nella presenza degli animali: “Siamo noi che rincorriamo felici”. Una non comune capacità di interpretare il mondo dell’infanzia: un candore che diventa poesia, un piccolo mistero che si scioglie in meraviglia. Un silenzio remoto, ovattato che si fa gioia e incontro. E qui mi sia consentito osservare come in rete circoli un video con una “lettura ad alta voce” quanto mai leziosa ma accompagnata, soprattutto, da incongrue e volgari animazioni che tradiscono completamente lo spirito del libro.

Era inverno (Emme ed. 1974, Corraini, 2004)

Meglio allora parlare de I negozi che nulla ha perduto nel corso del tempo e, anzi, par quasi rammentarci la fondamentale importanza, una sorta di elemento di civiltà, dei piccoli esercizi commerciali sempre più insidiati dalla grande distribuzione. Un libro a leporello o, più semplicemente, una passeggiata lungo una strada vivace dove via via incontriamo un’edicola, la confetteria, il fruttivendolo, il pescivendolo, gli strumenti musicali, la modista, la merceria, il panettiere e quant’altro. Fino all’ineffabile comparire, in chiusura, del carrello di un gelataio. Tutto è lieve, pacato, spontaneo, cordiale. E ci si perde volentieri, grandi e piccini,  a curiosare fra le vetrine e le insegne. Non senza dimenticare che all’opera collaborò anche Max Huber realizzando le strisce della tenda in copertina e il lettering. Una realtà precisa e puntuale ma, al tempo stesso, quasi rarefatta e di non comune eleganza. Sono rapidi e morbidi tocchi di colore ai quali, come ne Il paese del melograno, si accompagna un tratto sicuro e leggero dalle marcate valenze narrative. E che dalla tradizione giapponese prende una spiccata sensibilità verso quella che la stessa artista ha definito una visione “bidimensionale” della realtà dove la propensione all’astrazione non è mai fine a sé stessa. Come ben dimostra, peraltro, la squisita copertina che Aoi ha appositamente realizzato per noi di Andersen.

Taccuini di Aoi Huber Kono

E mi avvio a concludere queste rapide osservazioni parlando de Il grande pesce. Una piccola fiaba, o forse sarebbe il caso, pensando a Leo Lionni, di parlare di favola, senza ovviamente alcuna morale ma in ogni caso con forti valori che, implicitamente, vengono portati all’attenzione del piccolo lettore. Una piccola, edenica isola di pescatori, le onde, il sole, la vita di tutti giorni. Ma questo equilibrio viene brutalmente messo in discussione dall’apparire di una enorme nave che sottrae agli abitanti ogni risorsa. Ma un giorno, dopo una terribile, interminabile tempesta, l’imbarcazione sparisce e sulla spiaggia compare, enigmatico e salvifico, un grande pesce. Qui, con indubbia attualità, una forte sensibilità ecologista si salda a una acuta osservazione attorno ai meccanismi dello sfruttamento capitalistico e alla natura che riprende i suoi spazi. Anche in questo caso si resta ammirati da un’asciuttezza compositiva che diventa ritmo ma, oserei dire, respiro, musicalità. Con un uso quanto mai libero ed evocativo del colore e della linea che contribuiscono a regalarci un’irripetibile atmosfera di attese e di mistero. 

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