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Le prime letture di Mara Pace

libro! maggie smith

[da ANDERSEN 247, aprile 2008]

Parlare con i piccoli, ovvero libri per la primissima infanzia. Una chiacchierata con Emanuela Bussolati, autrice da anni impegnata nel costruire percorsi emotivi e cognitivi per l’età evolutiva.

Dietro le pagine stampate che arrivano in libreria devono esserci idee, intenzioni, sogni e creatività. Perché tutti i libri hanno bisogno di un progetto. Questo è vero per qualsiasi settore editoriale, ma la progettualità diventa essenziale quando si tratta di editoria per ragazzi. Soprattutto se ci si rivolge alla prima e alla primissima infanzia. Un romanzo ha bisogno di una storia da raccontare, di uno stile adeguato, di una bella copertina. Ma quando si pensa a un libro per i più piccoli, gli ingredienti da verificare, controllare e decidere prima di procedere alla pubblicazione sono molto più numerosi. Inoltre, la distanza tra chi fa il libro e chi ne usufruisce è in questo caso massima, ed è necessario uno sforzo in più da parte di autori, illustratori ed editor per rispettare le esigenze di un lettore così piccolo, che può avere tre anni, diciotto mesi, o addirittura cinque mesi.

Fare un’editoria di qualità per la prima infanzia è più difficile di quanto si pensi, e non soltanto perché bisogna trovare le storie, i personaggi, il linguaggio e le immagini giuste: il libro va pensato con attenzione da ogni punto di vista, fin nei minimi dettagli, dalle caratteristiche tecniche (formato, materiali, sicurezza…) alla scelta delle font. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra libertà e rispetto delle regole, essere rigorosi e allo stesso tempo creativi. Perché i bambini hanno bisogno di sicurezza e di fantasia, di un testo comprensibile e allo stesso tempo non banale, di illustrazioni di qualità ma sempre a misura del lettore cui si rivolgono. «Un libro è portatore di conoscenza, di emozioni, di possibili relazioni con gli altri. Ma è anche un oggetto, come una tazza, come una caffettiera. È un prodotto di design: una  tazza bucata, anche se artisticamente, non è una tazza. Una caffettiera con il manico che scotta e con un filtro che non funziona, non è adatta a far sorbire felicemente un caffè. Mette subito a disagio. Gli angoli stondati, il tipo di legatura, i materiali utilizzati, dichiarano la cura che si ha nei confronti del bambino e del suo piacere nel prendere in mano il libro. E tra tutti questi “deve” o “dovrebbe” è importante che la curiosità, l’attenzione, il divertimento, il piacere di aprire ogni pagina rimangano vivi» spiega Emanuela Bussolati, che si occupa di libri per la prima infanzia fin dagli anni Settanta. Un mondo al quale si è avvicinata dopo aver visitato le biblioteche di Parigi, già allora aperte ai piccolissimi, aver sperimentato la lettura insieme al suo primogenito Tommaso, e aver utilizzato i libri in un centro di psicologia dell’età evolutiva.

«Nell’editoria italiana di quegli anni, c’erano grandissimi autori e grandissimi illustratori: un geniale Munari, una coraggiosa Rosellina Archinto, un Corriere dei Piccoli ancora vitale e di ottimo livello e un meraviglioso Scarry, ma la gran parte degli editori pensava ancora che sotto i dieci anni non si leggesse davvero, e che prima dei sei fosse del tutto inutile offrire libri. Qualche cartonato tedesco o inglese e l’esperienza della Coccinella fecero intuire l’esistenza di un mercato interessante. Ma i veri motivi del perché lo fosse non erano del tutto chiari…». In fondo si impara a leggere sui banchi di scuola. Che senso ha regalare un libro a un bambino di sei o sette mesi? Eppure il libro può essere, già a questa età, un’esperienza coinvolgente e formativa. Prima di tutto perché è un modo per stare insieme agli adulti, per condividere interesse verso lo stesso oggetto, e poi perché a quell’età è più facile imparare a voler bene ai libri (come ben racconta Libro! di Kristine O’Connell George e Maggie Smith, edito da Interlinea nel 2006). Insomma, chi sperimenta il piacere della lettura nella primissima infanzia costruisce con l’oggetto-libro un rapporto di tipo affettivo, che nella maggior parte dei casi manterrà anche una volta cresciuto. E inoltre avrà meno problemi a scuola, come dimostrano diversi studi scientifici. Ma tutto questo non era noto negli anni Settanta: è una conquista recente, degli ultimi quindici anni. Anche il progetto Nati per Leggere (NPL), voluto da pediatri, bibliotecari ed esperti di letteratura per l’infanzia, è un’iniziativa relativamente giovane, che non ha ancora festeggiato i dieci anni dalla nascita.

Gli esperti del coordinamento NPL consigliano di iniziare a leggere ai propri figli già durante la gravidanza. «Un bambino nel pancione non gode della lettura come “traccia” lasciata da un contenuto, così come un esploratore gode, vedendo delle tracce, di sapere che è passata di lì una volpe. Ma sente la musicalità della voce e la decifra nelle sue inflessioni emotive» spiega Emanuela Bussolati. «All’inizio, quando il bambino è molto piccolo, il libro è solo un oggetto, come tanti, da esplorare fisicamente. Ma se si accompagna questa esplorazione con le parole, il bambino si accorge che sono legate a “quelle” immagini, e qualcosa scatta. Prima di tutto la curiosità, ma anche il fatto che, ascoltando e guardando, il bambino sente di avere vicino la ragione stessa della sua vita e del suo piacere: una persona grande che si occupa di lui. Ed è nella condivisione con l’adulto, in un reciproco gioco di “antenne”, che il bambino raffina sempre di più la sua consapevolezza e la sua capacità di esprimersi. Allora, progettando una collana, devo tenere conto di questo: il libro, per i bambini più piccoli, è soprattutto relazione. Lo devo rendere piacevole per il bambino ma anche per l’adulto. Devo facilitare una lettura musicale, non continuamente interrotta da parole difficili. Devo far amare il libro a due persone che in quel momento hanno in comune solo intimità, curiosità, scoperta». Un’altra particolarità dei libri per la prima infanzia, accanto alla necessità di garantire la sicurezza dei piccoli lettori e il rispetto delle loro esigenze, è infatti la presenza di un doppio destinatario: la coppia adulto-bambino, che attraverso la lettura costruisce una comunicazione affettiva fatta di gesti, suoni, contatto fisico, condividendo emozioni e sentimenti, dalla paura del buio a quella di restare soli. «Adulto e bambino sono diversi a livello esperienziale ma non per quanto riguarda i sentimenti archetipici.

La paura è la stessa per adulti e bambini, anche se ha per oggetto cose e situazioni diverse. La gioia, il senso di inadeguatezza, il timore dell’abbandono, sono sentimenti che appartengono a tutte le età. Il libro può essere un catalizzatore, un modo per dirsi: sì, siamo sulla stessa strada. Abbiamo un linguaggio comune. Possiamo capirci». L’editoria per la prima infanzia non può dunque permettersi di agire senza progetto e intenzionalità. Il lavoro degli autori e della redazione deve essere mirato a realizzare un prodotto di tipo culturale, curato nei contenuti, sempre attento alla psicologia dell’età evolutiva, e mai troppo condizionato dalle logiche di mercato. Perché il libro, in questa fase della vita, è un ponte tra l’infanzia e l’età adulta, un’importante esperienza emotiva e cognitiva che influisce sul processo di crescita.

[Illustrazioni di Maggie Smith, tratte da Libro! di Kristine O’Connell George (Interlinea, 2006)].

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