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Della biglia, oasi di gioia di Roberto Papetti

Pubblichiamo sul nostro sito un articolo di Roberto Papetti, mastro giocattolaio, in occasione della mostra retrospettiva Poetica del gioco, ospitata dalla Biblioteca Villa Dora. In questo testo, Papetti si sofferma sul gioco della biglia, che sarà al centro di due giornate speciali: sabato 7 maggio con una lezione magistrale e la possibilità, offerta ai bambini, di giocare con i bigliodromi esposti nella mostra; e domenica 8 maggio con una visita guidata all’esposizione. (info e iscrizioni 0431620281 – info@inbiblio.it). Tutte le fotografie sono di Stefano Tedioli. 

Nel 2001 sono stato invitato al festival della filosofia di Modena. Il tema di quell’anno era la felicità. Ho subito pensato al filosofo Eugen Fink che ha descritto il gioco come “un’oasi della gioia”: gioia, mi son detto, è far rotolare una piccola biglia sul terreno o guardarla con stupore scendere spedita su una pista ben costruita. Perché una biglia è un oggetto d’affezione, in tasca un talismano, sollevata con la mano e portata davanti agli occhi, un oggetto da contemplare per la sua forma perfetta, ma soprattutto è fonte di ispirazione di meravigliosi congegni di gioco.

Ho pensato allestendo la mostra, ai pomeriggi della mia infanzia, quando la strada era il ritrovo dei bambini e la terra battuta il terreno ideale per le biglie, la lippa e tanti altri giochi. Nel gioco del pomeriggio, più che nel tempo della mattina trascorso a scuola, si faceva l’esperienza vera e potente di stare assieme, socializzare, divertirsi, accettare e acquisire convenzioni e regole. Jean Piaget, il grande filosofo e pedagogista di Ginevra, studiando i giochi dei bambini sulle strade, in particolare con le biglie, riconosce che questi interiorizzavano un sistema complesso di regole, “tutto un codice e tutta una giurisprudenza” (J. Piaget, Il giudizio morale del bambino).

Dalle mie parti, a Marina di Ravenna, i giochi preferiti erano le piste tracciate sulla terra battuta come elementari schemi geometrici, o le piccole buche da centrare prendendo la mira da lontano. Si giocava molto, molto si litigava per decidere e interpretare le regole, costretti ad ascoltare, superare le incomprensioni pena l’esclusione dal gruppo. Si giocava per vincere, e molto si imparava dal perdere con dignità. D’estate sulla spiaggia costruivamo piste ad anello, circuiti con curve paraboliche, ponti a gradienti e montagne con percorsi a spirale e gallerie. Costruivano cioè bigliodromi ispirati dalle cose che stavano attorno a noi o quelle immaginate, perché un giocattolo fa scintillare e rendere porose le paratie dell’io e apre la relazione con il mondo. Nel gioco delle biglie poi accadeva anche questo, uno si posizionava con grande concentrazione per sferrare un tiro a “cricco”, scalzare con abilità la biglia dell’avversario e subito gli prendeva una inspiegabile vertigine, la potenza di ribaltare le sorti della partita come l’ordine dell’universo per mezzo della piccola sfera di vetro. Roba da demiurghi o demoni di antiche mitologie. 

Al festival della Filosofia di Modena, la mia proposta di gioco faceva parte di un ampio corollario di iniziative che ruotavano attorno alle lezioni magistrali di filosofi contemporanei. In quelle giornate alcuni di loro si fermarono a chiacchierare incuriositi dei bigliodromi e dalle biglie multicolori esposte, che suscitano evidentemente anche a menti speculative, considerazioni interessanti. Per esempio sulla felicità.  Venne evocato un filosofo che afferma che la felicità non si può costruire, semplicemente accade; che non esiste la felicita in astratto, ma uomini felici. Così che a noi mortali è concesso solo di preparare un mondo che la renda possibile. Da allora ho convocato adulti e bambini per allestire contesti per giocare a biglie, e m’è parso, d’aver visto spesso adulti e bambini lieti e felici.

L’idea di fare una ricerca più approfondita sui bigliodromi mi è venuta quando ho visto una scultura antica in marmo del Proconneso del V secolo dopo Cristo, di epoca bizantina, che rappresenta su tre lati la corsa dei cavalli nell’ippodromo di Costantinopoli e sul quarto uno scivolo per biglie.

Ho scoperto con mia grande sorpresa che quel costruire e immaginare, è roba antica come il mondo. Ho portato ai bambini la foto, ce ne siamo innamorati e abbiamo voluto ricostruirlo in legno.

Poi mi è venuta l’idea di istituire una “Università delle biglie”, una fanfaronata che si risolveva in un carnevalesco evento di gioco aperto a tutti. L’incontro veniva aperto da una lezione magistrale del magnifico rettore, una prolusione alla maniera del grande Don Chisciotte, proseguiva con la pratica di giochi dimenticati per finire con la presentazione di semplici o complicati congegni, ispirati da curve matematiche celebri ed altre planimetrie fantastiche. L’Università con i laboratori di costruzione, volevano stimolare i bambini a diventare protagonisti-produttori di gioco e giocattoli, invece che proprietari-consumatori di merce ludica. L’ispirazione a costruire veniva e viene (perché ancora oggi costruisco), da cose comuni e casalinghe, come una scatola da scarpe, un tubo di cartone, ma anche osservando il quadro di Bruegel il vecchio “I giochi dei bambini”, dove si vedono noci e noccioline usate come biglie, o la scoperta dei “bigliodromi cosmici” di Qfwfq nelle Cosmicomiche di Italo Calvino.

Gli intrecci tra costruire, ricercare, giocare sono sconfinati: i bigliodromi alla fine si presentano come formule, incantesimi, costruzioni fantastiche che placano gli appassionati o suscitano nuove manie. Mi piacerebbe che bambini e adulti ne sentissero l’incanto e ne volessero copiare le idee, se a loro va, per poi confutarle, ribaltarle, dissolverle, fino all’invenzione di nuove forme.

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