L'ARTICOLO DEL MESE

Di che gender stiamo parlando? di Irene Biemmi

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Ripartire dalle parole per provare a orientarsi, la riflessione di una ricercatrice pedagogica, studiosa di questioni di genere.

Negli ultimi anni in Italia sta circolando una parola anglofona – “gender” – il cui utilizzo appare segnato da una profonda ambiguità. Negli ambiti più disparati si parla con disinvoltura di “ideologia gender”, “ideologia del gender”, “teoria gender”, alludendo a significati oscuri ai più e come tali generatori di timori e diffidenza, soprattutto quando in ballo c’è l’educazione dei propri figli (ecco un’altra etichetta inquietante nella sua ambiguità: “educazione gender”).  Genitori spaventati si consultano tra loro: “sapete se in questa scuola si fa gender?”…
Domanda che, così com’è posta, non ha alcun significato. Allora forse per cercare di capire qualcosa possiamo provare a ripartire dalle parole.
Il linguaggio, in quanto sistema che riflette la realtà sociale ma al tempo stesso la produce, è il luogo in cui la soggettività degli individui si costruisce e si modella. La lingua non può essere neutra, non è un mezzo oggettivo di trasmissione di contenuti, al contrario, essa racchiude una particolare rappresentazione del mondo che indirizza e condiziona il pensiero di chi parla. Se dunque il linguaggio non è un semplice strumento di comunicazione ma è invece uno strumento di percezione e di classificazione della realtà, appare importante che il suo uso sia “corretto”, non nel senso normativo-prescrittivo del termine, ma nel senso di equo, giusto, non discriminatorio nei confronti di nessun gruppo sociale. E soprattutto  non ideologico (Redattore Sociale, 2013).
Il termine “gender”, che nel nostro paese viene interpretato come un neologismo di recente origine, ha una lunga tradizione alla spalle e un significato ben definito. Ha inoltre una sua traduzione italiana: “genere” – o meglio, “genere sociale” – che già di per sé appare più intuitiva e chiara dell’equivalente inglese. Nel 1975 la studiosa americana Gayle Rubin introduce ufficialmente nel dibattito scientifico il termine gender (Rubin, 1975) che da quel momento diventa il concetto inaugurale di una nuova prospettiva analitica nell’ambito degli studi femministi.
L’espressione sex/gender system indica «l’insieme dei processi, adattamenti, modalità di comportamento e di rapporti, con i quali ogni società trasforma la sessualità biologica in prodotti dell’attività umana e organizza la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne, differenziandoli l’uno dall’altro» (Piccone Stella, Saraceno, 1996, p. 7). Il sistema sesso/genere, trasversale a tutte le società umane, impone a individui nati maschi o femmine di diventare uomini e donne e di interpretare, di conseguenza, ruoli differenti, assolutamente non interscambiabili, pena la sanzione sociale.
Nel corso degli anni ‘80 la traduzione italiana del termine – genere – comincia ad entrare timidamente nei nostri usi linguistici come neologismo che fornisce una nuova accezione di una parola già esistente. Nel dizionario della lingua italiana «genere» viene infatti utilizzato per riferirsi ad una categoria grammaticale (la parola sedia è di genere femminile, il tavolo è di genere maschile) e solo in tempi recentissimi è stata formalizzata una definizione del concetto relativa al suo significato referenziale e non strettamente linguistico. Nel Devoto-Oli. Vocabolario della lingua italiana 2009 (Edumond Le Monnier, 2008), tra i significati connessi al termine genere troviamo: «Il maschile e il femminile, intesi come risultante di un complesso di modelli culturali e sociali che caratterizzano ciascuno dei due sessi e ne condizionano il ruolo e il comportamento. Esempi: studi di genere, consapevolezza di genere».
“Genere”, in termini strettamente linguistici, ha quindi un doppio significato in quanto denota sia una categoria grammaticale che una categoria sociale (Luraghi, Olita, 2006) per cui, talvolta, per disambiguarlo si ricorre all’espressione genere sociale. Per comprendere il significato e la portata innovatrice del concetto il sistema più efficace è definirlo per contrasto al termine “sesso”. Il sesso rappresenta una categoria strettamente biologica che si fonda su una distinzione tra maschi e femmine di tipo anatomico-fisiologico; il genere è invece un costrutto sociale che denuncia la non-naturalità delle differenze tra i sessi e rivendica il ruolo centrale della cultura nei processi di socializzazione e di apprendimento della mascolinità e della femminilità. Di fronte all’interrogativo, ancora attuale, posto da Simone de Beauvoir ormai sessant’anni fa (1949) – donna si nasce o si diventa? – i sostenitori della prospettiva di genere rispondono senza esitazione che donne (e uomini) si diventa, tramite un lungo e faticoso processo di socializzazione e di apprendimento. Partendo da questo presupposto gli studi di genere, sviluppatisi inizialmente in ambito sociologico, si sono progressivamente allargati ad una riflessione filosofica, storica, linguistica, e anche pedagogica.
Già nel 1973 Elena Gianini Belotti nel saggio Dalla parte delle bambine scriveva: «L’operazione da compiere, che ci riguarda tutti ma soprattutto le donne perché ad esse è affidata l’educazione dei bambini, non è quella di tentare di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene». Questo progetto educativo, definito con estrema sintesi e lucidità ormai più di quarant’anni fa, in gran parte si deve ancora realizzare. Ancora oggi varie agenzie educative e di socializzazione – la famiglia, la scuola, i mass media – concorrono ad attivare processi di formazione ai ruoli di genere che incanalano bambine e bambini verso percorsi precostituiti e limitati dal proprio sesso di appartenenza. Però qualcosa si sta muovendo, soprattutto nel campo dell’editoria per l’infanzia. Negli ultimissimi anni in Italia sono nate case editrici e collane dedicate all’abbattimento degli stereotipi sessisti e alla promozione di una cultura della parità – Settenove, Lo Stampatello, Giralangolo con la Collana “Sottosopra” – ma l’attenzione al tema si registra trasversalmente anche nei cataloghi di molti altri editori.
Alcuni libri affrontano esplicitamente il tema dell’identità di genere e degli stereotipi sul femminile e sul maschile e possono essere utilmente utilizzati in un contesto scolastico/formativo per attivare una discussione sul tema, oppure in ambito famigliare. Per esempio: “Come si fa a distinguere tra femmine e maschi?”. Questa è la domanda che un insegnante del pianeta di Glatifus pone alla sua classe e che porta subito al cuore di una questione spinosa, che viene trattata con un linguaggio immediato e ironico ne Il pianeta stravagante (Giralangolo, 2014).  Il libro vuole sfatare, uno dopo l’altro, alcuni dei pregiudizi più diffusi per rimarcare la differenza tra i sessi: “i maschi hanno dei piccoli peli sulla testa, le femmine li hanno lunghi”, “le femmine hanno vestiti con una sola gamba, i maschi invece no”, “i maschi corrono dietro a un coso rotondo sbattendoci contro” (gioco del calcio), “le femmine si dipingono il viso”, “le femmine hanno spesso dell’acqua che esce dagli occhi”… Tutti questi stereotipi e luoghi comuni vengono immancabilmente smontati dall’insegnante glatifusiano con una strategia semplice ma efficacissima che consiste nel confutare la regola attraverso dei contro-esempi: anche i maschi portano i capelli lunghi, anche le femmine portano i pantaloni e alcuni maschi indossano il kilt o la tunica, anche le femmine giocano a calcio, anche alcuni maschi si dipingono il viso e soprattutto “tutti gli umani possono far uscire dell’acqua dai loro occhi” (cioè possono piangere). La domanda rimane quindi senza risposta fino a quando, nell’immagine di chiusura, vengono rappresentati un bambino e una bambina sotto la doccia. È qui, nella nudità dei corpi, che emerge l’unica differenza certa tra maschi e femmine. Morale della favola: esiste una differenza sessuale, biologica, su cui la società ha costruito nel corso del tempo tutta un’altra serie di differenze che trascendono il dato biologico ma sono un evidente prodotto culturale. Lo dimostra il fatto che le differenze di genere si modificano nel tempo e nello spazio, per cui la definizione di mascolinità e femminilità cambia sia storicamente che geograficamente.
Sappiamo bene però che gli stereotipi e i pregiudizi hanno una loro utilità sociale perché, semplificando e categorizzando la realtà, consentono un enorme risparmio cognitivo. Gli stereotipi di genere, per esempio, vengono presto interiorizzati dai bambini e dalle bambine che li utilizzano per fare reciprocamente un ritratto dell’ “altro sesso”. La questione è presentata con ironia da Vittoria Facchini, in due albi pubblicati alla fine degli anni ‘90 e riediti di recente da Fatatrac: Le femmine non mi piacciono perché e I maschi non mi piacciono perché. I maschi esprimono la loro assoluta distanza dalle femmine (“sono piene di fiocchi, di strani vestiti, di anelli e di trucchi”, “piangono in continuazione dalla sera alla mattina”, “stanno sempre a parlare, stanno zitte solo quando le principesse vogliono fare”), stessa cosa fanno le femmine nei riguardi dei maschi (“sono spesso un po’ sporchi e spettinati”, “si mettono le dita nel naso”, “litigano sempre per le figurine e spesso – che scemi! – si fanno pure gli occhi neri”). Questi due albi si prestano ad essere utilizzati in un contesto di classe perché offrono spunti interessanti per attivare una decostruzione degli stereotipi e per parlare del tema della parità e delle differenze di genere in maniera lieve e divertente.  
Non manca insomma del buon materiale per educare le future generazioni di bambine e bambini alla difficile arte del pensiero critico, che impone di allontanarsi dal porto sicuro dei luoghi comuni e dei pregiudizi ma che ripaga ampliando enormemente gli spazi di libertà e di comprensione del mondo.

Un’occasione di formazione
Irene Biemmi, formatrice, esperta di Pedagogia di genere e delle pari opportunità, lavora presso il Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze. Si occupa dei temi legati alla costruzione dell’identità femminile e maschile e di Media Education: in questo ambito ha pubblicato studi e ricerche, tra i quali Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari (Rosenberg & Sellier, Torino, 2010). È autrice di libri per l’infanzia e per Giralangolo cura la collana “Sottosopra”, dedicata all’abbattimento degli stereotipi nei libri illustrati.  A cura di Irene Biemmi, e promosso da Giralangolo, è anche il Corso di formazione sul tema degli stereotipi, dell’educazione di genere e dell’educazione al rispetto. Rivolto agli insegnanti e a coloro che si occupano di questi temi per interesse professionale o personale, il corso ha l’obiettivo di fornire ai partecipanti le conoscenze e gli strumenti utili per individuare e decostruire il fondamento degli stereotipi di genere su cui poggiano molti dei messaggi rivolti all’infanzia: nei libri di testo, nella letteratura, nella pubblicità.
Per ospitare il corso o per maggiori informazioni: giralangolo@edt.it, tel. 0115591820 – 0115591826.

Immagini da Il pianeta stravagante (Giralangolo, 2014)

[Questo articolo è stato pubblicato su Andersen n.332 – maggio 2016. Scopri il resto del numero qui.]

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